a year through a lens by Marco Pavan

essere italiano – being italian

Posted in random thoughts by marco on 18 September 2009

(english version below)
Da quando sono tornato a Londra un pensiero fatica ad abbandonare la mia mente. Il mese scorso, mentre ero in Bosnia, una terra ancora dilaniata dopo ben quindici anni da conflitti interni e infiniti problemi, ho intervistato alcuni ventenni, miei coetanei, per cercare di comprendere un po’ di più quel che accade vicino a casa nostra. Una terra vicina, ma così distante e di cui si conosce così poco. Una ragazza di Sarajevo, Ivona, mi ha detto che, nonostante tutto e contrariamente a molti altri giovani bosniaci, vuole  restare nel suo paese e avere una vita normale. Ha anche aggiunto che, benché non sia religiosa né tradizionalista, si ritiene una patriota. Cito testualmente: “sono una patriota nel senso che amo il paese dove vivo, lo amo con tutti i suoi problemi e tutte le sue mancanze. Lo amo.”
Permettetemi di aggiungere un’altra breve premessa, per poi arrivare al punto. Vivo a Londra da un anno e mezzo circa, ho trovato lavoro e sono soddisfatto della vita che faccio. Frequento molti altri italiani, più o meno della mia età e che si trovano nella stessa mia situazione, di emigrati. Perché di fatto questo siamo. Non vediamo la possibilità di tornare in Italia, perlomeno non a breve, e nonostante ciò a volte sentiamo la mancanza dello stile di vita del nostro paese (sicuramente più rilassato e amichevole rispetto all’Inghilterra, ma non voglio dilungarmi su questo ora).
Il problema è che, credo, noi giovani che abitano all’estero non amiamo più l’Italia con tutti i suoi problemi e le sue mancanze. Non siamo abbastanza patrioti, non in quel senso. Forse anche per un senso di vergogna dovuto a ciò che all’estero trapela riguardo alle imbarazzanti vicende pseudo-politiche del nostro paese.
Personalmente, preferirei molto definirmi Europeo. E vorrei anche non dover rispondere imbarazzato alle domande che amici e conoscenti non italiani mi fanno sulle vicende del nostro paese. In conclusione, mi ha molto colpito la frase di Ivona, il suo essere così distante da quel che sento io per l’Italia e l’energia che metteva nell’amore per la propria terra.

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Since I got back to London a thought doesn’t want to abandon my mind. Last month, while I was in Bosnia, a troubled land divided by internal conflicts and many problems, I interviewed some 20-year-old people, people of my age, trying to understand a bit what happens near our home. A neighbourhood land, but very far from us and barely known. A girl from Sarajevo, Ivona, told me that, in spite of everything and unlike many other young Bosnians, she wants to stay in her country and have a normal life there. She also added that, even though she is not a traditionalist nor religious, she define herself a patriot. I quote: “I love the place where I live, I love it with all its faults, with all its downfalls. I love it.”
Let me add one more short premise, and then I’ll get to the point. I have been living in London for one year and a half, I found a job and I am happy with my life. I often meet many other Italians, more or less of my age and that are in a situation similar to mine. We are emigrants. That is what we are. We do not think we have the possibility to go back to Italy, not in a short term, nevertheless we miss the Italian life style (that for sure is more relaxed and friendly than the English one, but I do not want to talk about this now).
The matter is, I think, that we, young people that live abroad, we do not love anymore Italy with all its faults and downfalls. We are not patriot enough, not in that sense. Maybe we also feel ashamed of the image that our country has outside its borders due to its pseudo-political events.
Personally, I would prefer to think about myself as an European. And also I’d prefer not to answer embarrassed to those questions that not Italian people ask me about what happens in our country. In conclusion, I was struck by Ivona’s sentence, because she was miles away from what I feel for Italy and because of the energy that she put in the love for her land.

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12 Responses

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  1. Matt said, on 18 September 2009 at 3:26 pm

    post molto interessante… davvero tanto. Lo condividerei anche perchè è davvero esplicativo. Poi all’epoca non mi scrivevi un pezzo per Cittadino Globale ed ora che anche Mattia si è “rodolfizzato” sforni dei pezzi del genere.

    Mi ha colpito molto la frase sull'”emigrazione”, perchè è emotiva. Oggi in tempi di globalizzazione ( e di tanti altri termini che finiscono in -zione) è strano che tu ti sente emigrato… Ma posso capirlo. E d’altronde anche io che sono qui spesso ho affrontato (autocensura a parte… perchè col clima che si respira non si può dire tutto tutto tutto quello che si pensa) le tematiche che tu rilevi.
    Ma neanche io che sono qui, ancora a Casalecchio, mi sento patriota. Per niente, non come dice Ivona e certamente non come ci vorrebbero le schiere politiche bipartisan (pur essendo integrato in una di queste…). Anch’io mi sento europeo e cittadino globale… Pur preoccupato di quello che si vive qui.
    Ma è strano sentirsi europeo in UK, dove quando cala la nebbia sulla manica dicono “Nebbia sul canale… Continente isolato”… complimenti per il post… ;D

  2. marco said, on 18 September 2009 at 3:38 pm

    grazie mattia,
    questo non è un pezzo alla cittadino globale, non perchè non voglia o volessi scriverne, ma perchè non è stato programmato. mi è venuto così, ho solo messo per iscritto un pensiero, una volta tanto.
    già che ci sono, mi dai lo spunto per fare un qualche precisazione.
    primo. non mi dispiace definirmi emigrato, non è mia intenzione darci un’accezione negativa. ma credo sia un dato di fatto. o forse avrei potuto dire un po’ sradicato. in fin dei conti le mie radici son lì, nel laborioso triveneto. è un fatto anche questo.
    secondo. so e immagino che ci siano tante persone come te, che vivono in italia e provano lo stesso sentimento non patriotico. immagino anche che qualche patriota emograto all’estero ci sia.
    terzo (e per ora ultimo). non mi sento europeo perchè son in UK. mi sento europeo perchè l’italia mi sta stretta. probabilmente mi sentirei europeo anche se domani mi trasferissi in Ghana o in Illinois.
    a presto

  3. Dario said, on 19 September 2009 at 2:19 pm

    http://it.wikipedia.org/wiki/Patriottismo

    dio ci liberi dal patriottismo e dal nazionalismo subito.

    cosa diversa è l’amore per il proprio paese… quello è impossibile da perdere, soprattutto per gli italiani…

  4. marco said, on 19 September 2009 at 5:25 pm

    e da dio chi ci libera, eh? scherzo… non è questo l’argomento del giorno….
    non si parlava di nazionalismo, nè di patriottismo spinto. il problema,dario, è che a me, a volte, manca proprio quell’amore incondizionato per l’Italia che, come dicevo più sopra, sento stretta. anche se, effettivamente, stando qui tra i nordici si sente la mancanza della propria cultura.

  5. Giulio said, on 20 September 2009 at 9:33 pm

    Provo a commentare sullo stesso tema, subito dopo aver fatto i meritati complimenti al pezzo al nostro Pavan, che ci fa riflettere su un argomento che ritengo estremamente attuale.
    Da parecchio tempo ritengo che la globalizzazione abbia come effetto positivo il disgregarsi della cultura nazionale, a favore di quella europea naturalmente ma forse ancor di piu’ a favore di quella locale, per cui oggi posso dire che mi sento in primo luogo romano, poi europeo, e solo in ultima istanza italiano.
    Spiego, agli altri romani sono legato da problemi comuni, immediati e tangibili, agli altri europei sono legato da idee, speranze e una crescente appartenenza alla ‘Vecchia Europa’.
    Al resto degli italiani… son legato, certo, da lingua e tradizioni, ma in fondo son piu’ simile ad un provenzale, o a un andaluso che non ad un valdostano o a un altoadesino.
    Vengo subito al punto: in primo luogo credo che la vergogna sia in questo momento un sentimento positivo, che rivela in realta’ che l’amore per il nostro paese c’e’ eccome, e io da emigrato a Londra, tornato a Roma da poco proprio per potermi impegnare in prima persona per cambiare il mio paese, ammetto che e’ stata anche la vergogna a spingermi. (fra parentesi, ho lasciato un lavoro comodo in UK per fare il disoccupato qui).
    Ma quello che secondo me ci toglie il senso di appartenenza al nostro paese, e’ il fatto che un intera generazione politica ed economica se ne e’ appropriata criminosamente, fino a ridurre noi al mero ruolo di sudditi, di servi della gleba in un sistema di sfruttamento e di impossibilita’ di far valere i nostri diritti.
    Se non puoi cambiare il tuo paese, non e’ piu’ il tuo paese.
    Gli USA ce lo hanno dimostrato, perche’ hippy, industriali, guerrafondai, redneck e ribelli rivendicano tutti il loro patriottismo? perche’ sono ancora convinti (a torto o a ragione) che “they can” che la loro voce abbia un peso.
    E’ questo che secondo me abbiamo perso: fiducia e capacita’ di impegnarci.

    scusate, l’ho fatta proprio lunga….

    • marco said, on 21 September 2009 at 8:21 pm

      mah, giulio, io non son tanto sicuro di sentirmi prima di tutto trevigiano e nemmeno di esser legato agli altri miei conterranei per avere problemi comuni (tanto meno ora che son a londra).
      per quanto rigarda la vergogna, anche io mi son chiesto se non fosse invece segno di una certa fierezza di essere italiano, ma poi pensandoci bene ho deciso di no. proprio perchè sento la mancanza dell’amore incondizionato di cui sopra. piuttosto ne è il sintomo, mi pare.
      sono invece totalmente d’accordo sul fatto che la presa di coscienza, cosciente o meno, dell’incapacità di cambiare il paese ha fatto perdere le speranze a molti. magari poter riprendere fiducia e volontà non farebbe male.

  6. mist said, on 22 September 2009 at 9:27 pm

    vergogna, dal latino “verecundia”: se il dizionario etimologico non inganna dovrebbe trattarsi di quel sentimento di perturbazione penosa e umiliante che prova l’amino umano consapevole di commettere, aver commesso o star per commettere qualcosa che gli procuri disonore, avvilimento o biasimo, o addirittura beffe… o ancora quel sentimento che l’uomo sente per non essere riuscito in un’impresa, per aver sagliato ed essere la causa di un infelice risultato…

    invece di parlare da “emigrate”, vorrei parlare dal luogo in cui mi trovo, da Londra pure io, dal mio “dispatrio”, concetto coniato da un mio quasi compaesano, tale Luigi Meneghello, che prendo a prestito e che, in virtù di quel “dis-” privativo, ben esemplifica il sentimento di “mancanza” che provo sia nei contronti di una fantomatica Italia che si materializza con l’inno nazionale in un campo di calcio, sia quando qualche politico parla della Serenissima sventolando gonfaloni o banidere verdi…

    il posto da dove vengo “mi manca”, certo, ma in tutta l’ambiguità che questa espressione può convocare, nel suo più paradossale significato; non ho una patria e allo stesso tempo ho nostalgia di questa mancanza, di un vuoto che anzi, pensandoci bene, alle volte mi fa addirittura provare vergogna: c’è qualcosa che non c’è e questo mi fa provare vergogna: è come dire mi vergogno di ciò che non ho commesso!

    quello che c’è, allora, è forse un legame paradossale non ben definibile che tende a ciò che non può essere raggiunto, un tirare che non si risolverà e non si definirà mai; ecco che, dunque, il sentimento “positivo” a questo punto potrebbe essere l’indignazione: e di questa c’è bisogno: un lucido sguardo su cosa è il mondo che ci circonda, lucido e per questo impietoso, capace di dimenticare un amore forse solo preteso e comunque perduto fin dall’inizio

  7. […] Repubblica ha pubblicato la mia lettera ad Augias (cioè la versione originale del post precedente a questo), precisamente la scorsa settimana, in data Giovedì 24 Settembre […]

  8. Mario said, on 30 September 2009 at 7:16 pm

    Io non ho resistito per più di sei mesi, fuori da questa prigione. Bruxelles, vita spettacolare, pieno di giovani. Ma il Belgio, la capitale europea, non mi hanno portato a dichiararmi europeo. No: sono italiano, voglio una vita normale anche io nel mio paese. So cosa provi quando guardi fuori d’inverno e vedi un posto che non è casa tua. In tanti mi hanno detto che basta il tempo a lenire quel groppo in gola che scende poi piano, bloccandosi fra lo sterno e lo stomaco. Non ho saputo resistere a questo disturbo (non dolore, sia mai: dolore è tutt’altra cosa). Sono tornato. Senza lavoro, senza passione. Non riconosco più la civiltà in questo paese. Eppure… resto. Forse si può ancora salvare qualcosa. Forse.

  9. […] this interview is the cause of this letter and this post […]

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  11. […] Repubblica ha pubblicato la mia lettera ad Augias (cioè la versione originale del post precedente a questo), precisamente la scorsa settimana, in data Giovedì 24 Settembre […]


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